La turbolenza incontrata dalla nave era in realtà un campo di divergenza, rilevabile con un'analisi sui livelli quantici e con un'analisi multispettrale; se attraversato, questo campo duplica ogni particella di materia.
Alcuni scienziati hanno sperimentato una scissione spaziale, riuscendo a duplicare della materia utilizzando una divergenza di campi
subspaziali. Nell'esperimento gli studiosi erano riusciti a duplicare solo la materia, non l'antimateria, e le particelle create non riescono ad occupare lo spazio a lungo, annichilendosi. Quando si è formata la seconda
Voyager, entrambe hanno tentato di attingere alla stessa fonte di antimateria. La traccia molecolare della nave duplicata è leggermente fuori fase, per cui non si riesce a comunicare con essa, pur rimodulando la frequenza dell'onda portante. Se l'altra
Voyager avesse ricalibrato l'onda portante in sincronia con la variazione di fase con la prima
Voyager, si sarebbe potuto stabilire una comunicazione.
Per tentare la fusione delle due navi si deve provare a ricreare il campo di divergenza e poi depolarizzarlo, emanando contemporaneamente una massiccia risonanza dai
deflettori delle due navi. Una volta raggiunto il potenziale per il campo di divergenza, si invia l'impulso. Se i flussi del plasma sono troppo turbolenti, il campo di divergenza diventa troppo caotico per poter effettuare la fusione.
Per proteggersi dalla transizione spaziale è possibile dotarsi di un discriminatore di fase variabile quando si passa attraverso la frattura tra una
Voyager e l'altra.